You know… di Dio e del sesso – Illecite//Visioni @ Teatro Filodrammatici

Il secondo atto della rassegna di teatro LGBT attualmente in corso al Filodrammatici è un one man show fortemente drammatico. Il monologo di Bill- Filippo Luna, scritto e diretto da Giovanni Lo Monaco, ci racconta l’esperienza ai limiti del border-line di un uomo montato su tacchi vertiginosi, inseparabile dal rosario che gli pende dal collo, alla disperata ricerca di un compromesso che possa ricucire il gap insanabile tra Dio-religione-credo cattolico-castrazione autorizzata da secoli di egemonia ecclesiastica e sesso-pulsioni-desiderio-perversioni-fatale attrazione verso il peccato, passando ovviamente per la parabola autolesionista del perenne senso di colpa. Dalla sua biografia gridata, stridente, sempre sopra le righe, che ad un certo punto involve in un balletto a luci rosse da crusing bar con relativo corollario di perversioni da toilette dell’autogrill, emerge quanto alla fine Bill arrivi a diventare un “marchettaro divino”, convinto di essere portatore del perdono e dell’assoluzione dai peccati attraverso la mercificazione del proprio corpo, custode di una terribile ferita, dell’anima più che del fisico…21

Sull’onda d’urto di questa autonarrazione disturbante, pur con il suo linguaggio assurdo che nasce da una miscela a tratti comica di siciliano e “american slang” tipo emigrante di Little Italy, tra citazioni bibliche, scurrilità da scaricatore di porto, preghiere da autoflagellante, in bilico tra una spiritualità molto fisica, volgare, mai contemplativa, e una sessualità distorta e altrettanto carnale, trova spazio un altro tema scottante: quello della pedofilia. Qui il (dis)equilibrio interiore del protagonista oscilla tra il disgusto socialmente accettato per la perversione di adulti che si fingono innocenti e un’inedita colpevolizzazione dei bambini, dotati di una loro depravata “seduction”, tesa a scandalizzare il pubblico e allo stesso tempo scandagliare un suo rimosso interiore. know2

Un rimosso che emerge anche in Bill, scardinante sì, ma anche terapeutico. Una catarsi (sia per il’io-narrante sia per il nostro io alquanto stanco di tanto eccesso gratuito) che assume l’aspetto di una cesura netta: la discesa dai trampoli tempestati di glitter e una regressione/flash-back verso aneddoti di Bill bambino.

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Nell’insieme va riconosciuta l’abilità di performer dell’attore che mantiene sempre alto il livello drammatico. Cosi alto da essere a tratti monocorde (almeno fino allo svelamento finale).

Blasfemo? Scandaloso? Scardinante? Conflittuale? Interrogativo? Forse. Quello che rimane di questo spettacolo, però,  è più un senso di mancanza della misura, autocompiaciuta celebrazione del proibito, un giudizio morale all’incontrario che non manca di velare il nudo-e-crudo della narrazione. Più che empatia o orrore verso il protagonista e i suoi dissidi, Giovani Lo Manaco  è riuscito a far serpeggiare nel pubblico noia e insofferenza, lasciando solo il messaggio di un’esperienza omosessuale all’insegna della disforia. Malata, conturbata, pericolosa e pericolante, figlia di un vissuto cupo e truculento. Tutto ciò che in teoria il CIG e l’associazionismo in generale vorrebbero combattere, you know…

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