Una divina di Palermo – Illecite//Visioni @ Teatro Filodrammatici

Antenne…Antenne… Antenne…. Antenne… Antenne… 

No non sono impazzito. Questa è una della tante battute prive di senso, costruite sulla ripetizione ostinata e a tratti debordante di parole, suoni, richiami, di cui è costruito lo spettacolo “Una divina di Palermo”, andato in scena ieri al filodrammatici, terzo capitolo della kermesse di teatro a tematica omosessuale “Illecite//Visioni”.

Collage di venti testi come altrettante canzoni del drammaturgo siciliano Nino Gennaro, scritti tra il 1974 e il 1991, “Una divina di Palermo” è un monologo con cui l’attore Massimo Verdastro, sin dagli anni ’90 scopritore e interprete della poetica dell’autore, sciorina, propina, imbandisce, spara sul pubblico stralci di questi testi facendosi portatore, in teoria, dell’unica urgenza che li accomuna: “l’urgenza di essere detti”. Ne risulta un polpettone senza capo nè coda, inframmezzato da pezzi pop d’annata o arie d’opera, totalmente autoreferenziale, finalizzato forse solo all’autopromozione delle doti attoriali di Verdastro, che, montato su zeppe da Cugini di campagna fuori tempo massimo, capello lungo tirato indietro, filo di trucco, balletti da prozio di Heather Parisi, ci rifila lo stereotipo polveroso, trito e ritrito della vecchia checca nostalgica post-impegno politico, croce e delizia di una città palpitante di cultura e contraddizioni. Indulgendo ogni tanto, in questo gelatinoso insieme di cliché, sugli attributi tipici della diva (pallicciotto e occhialione panoramico), o su quelli di una draconiana figura materna (che, si sa, ogni gay porta sempre con sè ), il nostro personaggio sembra andare in cerca (forse) di una qualche matura autenticità.

Una-divina-di-Palermo1

Il risultato è un fuoco di fila di parole. Parole, parole, parole. Gridate, sussurrate, cesellate, inventate e reinventate, ripetute come un mantra, per un’ora di assoluto nulla.

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