Clima di svendite

Ciao a tutti amici di Culto della Bellezza. Scusate la latitanza di giorni…

Lunedì stavo per scrivere un’altra pallosissima recensione su uno spettacolo teatrale che ho visto domenica sera, poi ho desistito e ho raccolto le idee per questo (poche, visto che sto organizzando trasferte di cui non vi anticipo nulla ma succulente e piene di bellezza anzichè no). Chissà che queste due righe non rappresentino una sferzata di novità…

Dato che non si vive di solo teatro e cultura, e qualunque cultore del bello non può esimersi da spendere cifre più o meno folli per stipare di capi glamour il proprio guardaroba, prima del famoso spettacolo di cui sopra mi sono dato a un po’ di shopping (poco per la verità, rispetto ai miei standard), come tentativo di rispondere all’impellente esigenza di ritrovare contatto con il mio lato più pop.

Lo scorso weekend a Milano, infatti, era tempo di svendite. Una di quelle svendite su invito che più o meno tutti gli showroom di più o meno tutti i brand fanno periodicamente per liberarsi di un po’ di capi dell’ultima collezione, o di avanzi delle sfilate, o dei campionari (di solito annacquati con parecchia fuffa saltata fuori da qualche tragico fondo di magazzino) e fare spazio ai campionari delle collezioni nuove.

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Così, inviti alla mano (tanto una volta che sei li non te lo chiede nessuno; quindi andate tranquilli, se vi capita, che ci si imbuca meglio che alla festa dell’unità) tra sabato e domenica mi sono fatto, in ordine casuale: Paul Smith, DSquared, Costume National e Bikkembergs (lo showroom di Paul Smith la tira per le lunghe fino al 20 novembre quindi, se capitate dalle parti di viale Umbria, fateci un salto, prometto di aver lasciato qualcosa sugli espositori!)

In questo pellegrinaggio del pret-à-porter low budget, in questa via crucis a caccia del capo più a buon mercato uno stiscia con il cuore (e il conto corrente) ogni volta più leggeri e continua  a porsi la stessa spinosa domanda. Conviene? Non conviene? Ai posteri l’ardua sentenza…

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Come da copione nè io nè il mio sventurato accompagnatore siamo tornati a casa a mani vuote. Il mio karma da fashionista ha voluto il suo tributo (non di carne ma di cash) affinchè a fine giornata potessi avere la coscienza a posto.

Fatto sta che una cifra a tre soli zeri per trench-più-cardigan-più-camicia di Paul Smith, a cui ho aggiunto giusto una sciocchezza-al-bar di oconiana memoria per un pantalone di raso blu navy con cintura abbinata di CNC (che-non-posso-non-avere-perchè-si-abbinano-perfettamente-alle-mie-nuove-sleeper-e-alla-giacca-di-velluto-Armani) mi pareva avesse tutta l’aria di un ottimo affare. Il mio amico invece ha conquistato da Bikkembergs, dopo lunga meditazione, una giacca di pelle nera da biker, asciutta e avvitatissima, effetto guaina sadomaso dalla figaggine commovente (quanto meno per l’aspetto  S&M che conferisce a chi la indossa).

Con buona pace di chi continua a propugnare il vecchio adagio “l’abito non fa il monaco” (di solito sono quelli che non si sanno vestire), abbiamo iniziato la nuova settimana spennati e contenti. D’altra parte, parafrasando una grande della  moda, possiamo affermare che: “lo stipendio passa. Lo stile resta”. Dal vangelo secondo Coco.

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