Il Bell’Antonio

Ha debuttato ieri sera sul palco del Manzoni di Milano, dove rimarrà fino al 26 gennaio, il Bell’Antonio, adattamento teatrale del celebre romanzo di Vitaliano Brancati, sceneggiato dalla figlia dello scrittore, Antonia, e da Simona Celi e diretto da Giancarlo Sepe. Nel cast un ottimo Andrea Giordana, orgoglioso padre siciliano, e suo figlio Luca nel ruolo del Bell’Antonio, entrambi sostenuti da Giancarlo Zanetti, quello zio-coscienza valvola di sfogo di debolezze del protagonista, e unico punto di vista lucido in mezzo alla desolata follia del clan familiare.

antonio

Una storia a tratti scabrosa anche per il Manzoni (opulento mausoleo di matrice berlusconiana per le impellicciate cariatidi della Milano-bene), e profondamente triste (benchè strappi diverse risatine divertite alla platea), quella del Bell’Antonio, bellimbusto da italietta anni ’30 costretto a millantare conquiste immaginarie tra la Roma del Duce e una cupa Catania costruita su pettegolezzi e favoritismi, in un girone di aristocratica decadenza; inchiodato a una fama di Don Giovanni impenitente costruita ad arte (fino ad arrivare quasi a fagocitarlo), Antonio nasconde in realtà  l’incoffessabile colpa delle sue ripetute défaillances amatorie.  Sullo sfondo una Sicilia fascista bigotta e annichilita, oppressa dalla sua stessa morbosa pruderie e dal uno spasmodico bisogno di ostentazione. Una Sicilia che si cerca in tutti i modi di tenere “lontana dagli stereotipi e dai facili ammiccamenti” (come recita la sinossi), ma che, malgrado gli sforzi, scivola più di una volta nei cliché di un Gattopardo pruriginoso, di un macchiettistico Pirandello che si prende un po’ troppo sul serio.

locandinanatonio

Prova difficile, soprattutto quella di Luca Giordana, costretto a misurarsi con il ruolo che fu di Mastroianni nella celebre versione cinematografica di Bolognini, ma brillantemente riuscita dal giovane attore figlio d’arte, enigmatico e allo stesso tempo apatico burattino sballottato tra la spacconeria di famiglia e le trame di potere dell’algida (ma tutt’altro che “innocente”) mogliettina e del suocero. Piegato dal macigno della vergogna di un ruolo che non è capace di interpretare, ma che è costretto a ricoprire. Storia dell’apparenza che vince sulla sostanza, di una battaglia con le convenzioni e con un’innata incapacità di amare perennemente votata allo scacco.

Su tutto incombe una scenografia essenziale ma efficacie: una spessa tenda di velluto che ruota intorno a un gigantesco obelisco cimiteriale, ora mossa dal vento frenetico della calunnia, ora resa pesante dall’immobilità di un’aria stagnante, che ammanta velleità e menzogne, carnalità e parole taciute, convenevoli fasulli e  come una cappa soffocante da cui è impossibile liberarsi.

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