RIII: il Riccardo III di Alessandro Gassmann al Piccolo Teatro Strehler

Un Riccardo III dark quello di Alessandro Gassmann che ha debuttato ieri allo Strehler (dove verrà replicato fino al prossimo  23 marzo). Un Riccardo III reloaded, praticamente riscritto (ma senza perdere la potenza dell’originale) a quattro mani insieme a Vitaliano Trevisan, condensato in 2 ore  e mezza di spietata crudeltà.

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Questo Riccardo III, che strizza l’occhio a un American Horror Story con annessa scenografia truculenta a base di atmosfere livide e proiezioni olografiche (un po’ abusate sul finale), è come un incubo destinato a non avere fine, in cui si annidano e convivono mostri dell’immaginario colletivo ben radicati dentro ciascuno di noi, e di cui più che mai il teatro rappresenta il viatico per un improbabile esorcismo di gruppo. Dalla strega maledicente al più efferato serial killer su commissione, dal folle joker ruffiano e beffardo in cui viene declinata la figura di Buckingham ai fantasmi delle vittime del più sanguinario dei principi di casa York, dal volgare e opportunista Hastings, saltimbanco il livrea da cicisbeo settecentesco, al gerarca nazista Richmond che ci scopriamo (nostro malgrado sconvolti) a sostenere per il suo senso di giustizia (ma sarà veramente così o è solo la fine di una spirale di orrore pronta a chiamarne un’altra?…).

Il Bardo si tinge dei toni raccapriccianti dell’horror, come se da Poe a Hostel,  passando per Tim Burton (soprattutto) e Stephen King, tutta una tradizione disturbante si fosse innestata sugli stilemi della tragedia elisabettiana, con il rischio di corto circuito, trasformando il Riccardo shakespariana in una fiaba gotica senza tempo. E anche gli anacronismi di cui sopra non rappresentano tanto una forzatura, quanto la scelta registica di chi vuole sottolineare che quell’orrore (e quella paura) sono hic et nunc tanto quanto nell’Inghilterra post-guerra delle Due Rose.

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La paura è la nostra, costretti a indagare tra le pieghe dell’inquietudine, ad interrogarsi sull’aberrazione della deformità, prima di tutto psichica che fisica. E Riccardo III non è che un pretesto per autoassolversi, lui che è mosso non tanto dalla brama di potere e dalla sfrenata ambizione destinata a fagocitarlo, quanto dall’odio: l’odio prima di tutto per se stesso, per il suo aspetto, per quello che è diventato dopo una vita di emarginazione, costretto a far buon viso al disprezzo di chi lo circonda, eterno “diverso” impossibilitato ad integrarsi, disumano nel corpo quanto nell’anima, oggetto dello sdegno della sua stessa madre fin dalla nascita. E’ come se, non potendo sfuggire alla sua bruttezza, volesse che tutto il mondo intorno a lui si adeguasse ad essa, vi sprofondasse, affogato senza (forse) rimorso in un mare di sangue.

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Alessandro Gassmann giganteggia nel male, vero titano alfieriano, anche per l’altezza da novello Frankestein con cui sovrasta tutti gli altri (e anche per una certa cifra stilista). Ahimè, ha gioco facile anche per una qualche debolezza interpretativa di alcuni dei suoi colleghi: imbarazzante Marco Cavicchioli come Clarence (per fortuna muore alla svelta) anche se si ricicla più brillantemente, poi, come macchiettistico Hastings; deboli Sabrina Knaflitz (in Gassmann) come un’alcolizzata Lady Anna (sarà che in questa riduzione il macabro duetto con Riccardo, futuro marito, è banalmente sbrigativo e non rende giustizia al personaggio), Paila Pavese nel ruolo della regina madre (troppo debole corifeo del disgusto materno dalla voce familiare) e Marta Richeldi (Regina Elisabetta tiepidina tanto nell’amore per i figli trucidati quanto nell’odio per il loro assassino); molto più godibili la deposta regina Margherita (così come il Lord Stanley e il vecchio Edoardo IV) di Mauro Marino, lo scagnozzo Tyrrel di Manrico Gammarota, perennemente in guerra con la sua odiosa coscienza,  e soprattutto Sergio Meogrossi, viscido Buckingham, clown sinistro di questo party funereo, talmente volubile e opportunista da accrescere la malvagia grandeur del sovrano, coerente con se stesso fin quasi alla fine.

In definitiva, per quanto a tratti ridondante anche nella comicità, che dovrebbe smorzare la tensione, ma talvolta scivola più del dovuto nella black-comedy (tra trucco e rantoli strozzati il deforme Riccardo a tratti ricorda Lerch della famiglia Addams, la gestualità è portata all’eccesso, molti personaggi, compreso il sadismo del protagonista, vengono volutamente ridicolizzati per dare un appeal più sguaiatamente ridanciano all’insieme), è uno spettacolo da continui e ben assestati cazzotti nello stomaco. Come dovrebbe essere Riccardo III, storia di un manipolatore, di un cattivo a tutto tondo, antieroe tormentato non privo di inconfessabili insicurezze che ce lo rendono dannatamente umano nella sua mostruosità.

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Ma davvero Riccardo è così lontano da noi? Anche se non vorremmo mai ammetterlo, alla fine ci è simpatico, la sua oratoria è brillante, la sua arte dell’inganno sofisticata. Ha l’affabulazione fascinosa di un candidato machiavellico, sì, ma in grado di conquistare molti miseri “elettori” dall’ottusa capacità di giudizio. Ma le facili convenzioni morali e la vocina insistente della coscienza ci costringono, nostro malgrado, a condannarlo. E la sua condanna senza attenuanti non è  forse la nostra stessa catarsi?

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One thought on “RIII: il Riccardo III di Alessandro Gassmann al Piccolo Teatro Strehler

  1. Matteo M. D. ha detto:

    Un’altra ottima prova di Alessandro Gassman!

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